Capitolo III

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La riproduzione del colore

Una condizione fondamentale per il corretto soddisfacimento delle esigenze che impone un CMS è la ripetibilità del riferimento finale. Per riuscire a porre in essere una serie di accorgimenti volti ad una riproduzione fedele di un originale, all’ottenimento di prove colore attendibili, ad una visualizzazione su monitor realistica, bisogna necessariamente conoscere le caratteristiche e gli eventuali “limiti” dello stampato finale.
Diventa impossibile ipotizzare, durante il workflow di lavorazione, una serie di preview... di un risultato imprevedibile. Si rendono obbligatorie, perciò, delle metodologie di lavorazione, degli strumenti di misurazione, dei target e degli standards di riferimento per dare allo stampatore tutte le condizioni necessarie a garantire ripetibilità di produzione.
Anche in possesso di tutti gli strumenti utili allo scopo si corre però il rischio di replicare un risultato che non rispecchia completamente tutte le potenzialità delle attrezzatture e materie prime a disposizione. Molte volte si è più attenti a riprodurre fedelmente standards ideali che non a crearne di propri sulla base di prove e valutazioni oggettive. In questa maniera si garantisce un prodotto costante ma mediocre.
Per riuscire a creare queste condizioni standard personalizzate bisogna analizzare il prodotto stampato dal punto di vista della riproduzione del colore, prendendo in considerazione quei parametri che permetteranno il raggiungimento e il controllo della migliore qualità di stampa. Queste valutazioni, offriranno in futuro, la possibilità di ritrovare rapidamente le medesime condizioni riproduttive, oltre a permettere al prestampatore di creare selezioni “ad hoc” che preventivamente tengano in considerazione di eventuali condizioni critiche in stampa.

 

Grado di grigio ed errore di tinta

La prima verifica da fare, al fine di controllare la purezza, determinare la costanza e valutare la qualità cromatica della terna di inchiostri a disposizione, è quella dell’errore di tinta e grado di grigio. Questi parametri permettono fin da subito di capire se i pigmenti di cui si dispone permettono o meno il raggiungimento di particolari saturazioni.
Come si è già accennato precedentemente, i colori ideali per quadricromia dovrebbero essere in grado di assorbire perfettamente tutta la luce complementare incidente e riflettere totalmente le altre due. La cosa si verificherebbe solo con pigmenti perfettamente puri. In questo caso si otterrebbero come densità, due valori nulli in corrispondenza della lettura effettuata con le luci non complementari e uno che rappresenterebbe la reale densità di stampa del primario analizzato e misurato con il suo filtro complementare. Tali colori, però, non esistono sul mercato in quanto difficilmente realizzabili ed eccessivamente costosi. Tutti i pigmenti primari utilizzati in stampa risultano, quindi, più o meno inquinati dagli altri due.
Secondo la definizione del GATF (l’istituto americano di ricerca che ha sviluppato questi parametri) gli errori di tinta e grado di grigio possono essere valutati misurando un colore primario con i tre filtri (rosso, verde e blu) in maniera tale da poter evidenziare e quantificare l’eventuale presenza dei due primari “inquinanti” all’interno del terzo.
Nello schema riportato di seguito si rappresentano graficamente le tre letture effettuate su un magenta. Dagli istogrammi si evidenzia la presenza sia di ciano che di giallo. Tale condizione permette un’immediata considerazione: il magenta è un pigmento inquinato e avrà sicuramente una determinata percentuale di grado di grigio. Questo primo parametro è rappresentato dalla quantità minima uguale di tutti i tre pigmenti primari. In sintesi sottrattiva, infatti, la somma totale dei tre colori primari dà come risultante nero. Una quantità minore ma uguale dei tre darà come sintesi un sensazione acromatica (priva di dominanti) con un grado di luminosità inversamente proporzionale alla quantità di inchiostro misurato. Il grado di grigio fa perdere al pigmento primario analizzato sia luminosità (ferma più luce e quindi appare più scuro) che saturazione (è meno puro), ma non ne modifica la tinta. Matematicamente è possibile indicare il grado di grigio come l’incidenza in percentuale del valore densitometrico più basso (Low) rispetto a quello più alto (High).

grado di grigio

 

L’errore di tinta è una misurazione della deviazione del colore rispetto alla condizione ideale. È rappresentato dalla presenza di un pigmento inquinante in quantità maggiore rispetto all’altro. Questa eccedenza provoca una virata di tinta del primario teoricamente puro verso il pigmento maggiormente inquinante. Un primario, quindi, potrebbe essere caratterizzato da una percentuale di errore di tinta che provocherebbe indifferentemente una virata verso un pigmento inquinante o l’altro. La percentuale dell’errore di tinta, infatti, permette di determinare l’entità dell’inquinamento ma non il tipo. Per avere questa informazione è sufficiente verificare nel grafico quale dei due pigmenti inquinanti è presente in maniera più abbondante.
Grado di grigio ed errore di tinta sono due parametri che non sono dipendenti l’uno dall’altro. È possibile analizzare inchiostri con un alto errore di tinta ma non necessariamente caratterizzati anche da elevati gradi di grigio e viceversa. Basta che il valore Low sia 0 per avere un grado di grigio pari a 0. È sufficiente, invece, che Medium e Low abbiano lo stesso valore, anche molto consistente, perché ci sia un grado di grigio rilevante ma errore di tinta nullo.
Matematicamente l’errore di tinta è l’incidenza in percentuale del valore Medium rispetto a High dopo che ad entrambi è stato sottratto il valore Low.
Normalmente il pigmento magenta è quello che presenta un indice di inquinamento molto superiore agli altri due. Il valore dell’errore di tinta è generalmente superiore al 30% e a determinarlo è il pigmento inquinante giallo.
In commercio non esiste una terna completamente esente da questo errore. Esistono però scale più “fredde” (tendenti al blu) o più “calde” (tendenti al rosso).

 

errore tinta

 

Dopo aver analizato la colorimetria degli inchiostri si deve passare al controllo di quei parametri che permettono, se valutati e gestiti al meglio, la creazione di uno standard personalizzato per l’ottimizzazione del risultato finale.

 

Densità di stampa

Il primo di questi è la densità di stampa. In ambito grafico si fa riferimento alla densità come a quella caratteristica ottica che corrisponde alla forza colorante, al potere coprente di un inchiostro. Come si è già accennato nel capitolo precedente, la densità è una misurazione indiretta della quantità di luce assorbita dallo strato di inchiostro. Molte sono le condizioni che influenzano la densità di uno stampato. Precedentemente si è sottolineata la diretta dipendenza tra il film depositato e la sua densità.
Quest’ultima risulta però fortemente condizionata anche da altri fattori come ad esempio la pigmentazione dell’inchiostro. Esistono in commercio diversi inchiostri che si differenziano anche per la percentuale di pigmento contenuto. Gli inchiostri ad alta pigmentazione risulteranno possedere un più alto grado di coprenza e quindi a parità di spessore si otterranno cariche densitometriche maggiori. La conseguenza di questo è facilmente riscontrabile in una minore problematicità della stampa che risulterà meno critica nella gestione dell’ingrossamento del retino, dell’essiccazione dell’inchiostro, della controstampa, del trapping ecc. Altra variabile da tenere in considerazione è sicuramente la tipologia del supporto di stampa. La densità ottimale, infatti, si raggiunge su carte diverse a livelli molto differenti.
Tra una carta usomano e una patinata lucida si possono avere differenze di densità pari ad un 15-20%.

Normalmente le caratteristiche di una carta usomano sono tali da non permettere il raggiungimento di cariche densitometriche troppo elevate. L’alto grado di assorbenza del supporto provoca un ingrossamento del punto di retino che incide negativamente sulla resa tonale del soggetto da riprodurre. La microporosità dei supporti patinati permette invece una stampa più “secca” e di conseguenza la possibilità di trasferire quantità maggiori di inchiostro. Da non sottovalutare infine il tipo e le condizioni dello strumento utilizzato per le misurazioni sul foglio.
Come si è già detto in precedenza esistono densitometri a banda stretta e a banda larga, polarizzati o non polarizzati. Tutte queste variabili rendono poco confrontabili i dati ricavati con strumenti diversi da un medesimo campione. Generalmente a parità di strato di inchiostro stampato si otterranno letture densitometriche più elevate se eseguite con densitometri a banda stretta rispetto a quelli a banda larga, in quanto nel secondo caso il dato visualizzato sarà la media calcolata su un numero valori (gamma di lunghezze d’onda) più grande. Il densitometro a banda stretta risulta perciò, meno “versatile” ma capace di letture più precise. Anche la presenza o meno dei filtri polarizzanti incide sul valore della lettura densitometrica. Densitometri polarizzati leggeranno valori generalmente più bassi rispetto a quelli che non lo sono.
Avranno comunque una maggior coerenza nella valutazione di strati di inchiostro fresco o asciutto.

densitometri

La corretta valutazione della densità di stampa permette il raggiungimento delle massime saturazioni. In altri termini la condizione di densità ottimale di stampa è sinonimo di massima estensione della gamma cromatica riproducibile che invece viene limitata sia in caso di sottoinchiostrazione che di sovrainchiostrazione. Il problema non è quindi relativo alla misurazione della densità quanto invece alla definizione del livello di densità ottimale. Tale parametro, come è già stato più volte sottolineato, non può essere determinato dall’estrapolazione di dati da tabelle generiche (standard ideali) in quanto non effettivamente costruite sulla base degli stessi supporti, strumenti, inchiostri, ecc. bensì su dati personalizzati, relativi alle effettive condizioni riproduttive.
spazio colore 1

Lo spazio colore sopra risportato rappresenta la gamma cromatica di una particolare situazione riproduttiva per la quale sono stati presi in considerazione standard ideali. In realtà la condizione generica rende possibile la riproduzione di un numero di colori limitati.

spazio colore 2

In questo secondo spazio viene dimostrato come, attraverso una carica densitometrica ottimale, si possa aumentare il numero di tonalità riproducibili guadagnando saturazioni altrimenti irraggiungibili.

 

Contrasto di stampa

È possibile determinare la corretta inchiostrazione del foglio stampato mediante l’analisi del contrasto di stampa. Tale parametro è definito come la differenza tra le zone chiare e scure dell’immagine retinata. Esprime quindi la quantità di passaggi tonali che vengono riprodotti su un soggetto stampato. Più elevato è il numero delle gradazioni di tonalità che si riusciranno a rappresentare e maggiore sarà la qualità dell’immagine stampata. Ovviamente la resa tonale di un soggetto risulterà migliore se la stampa sarà eseguita su un supporto capace di limitare al minimo l’ingrossamento del punto di retino. In tal caso si potranno raggiungere gradi di inchiostrazione più elevati senza rischiare di avere eccessivi impastamenti nei mezzitoni e nei tre quarti di tono. La qualità di una riproduzione eseguita in queste condizioni riproduttive sarà rappresentata anche da valori di contrasto maggiori rispetto allo stesso soggetto stampa su un supporto prestazionalmente più limitato.
Il contrasto è determinato mediante la misurazione densitometrica di due tacche: una al 100% e una retinata. La seconda generalmente avrà una percentuale di area coperta del 75-80%. Vengono preferite queste percentuali perché risultano essere le più sensibili all’impastamento.
È importante sottolineare che in mancanza di tali percentuali di punto è possibile comunque eseguire la misurazione del contrasto su qualsiasi altra tacca retinata; l’unico problema è la costruzione di un grafico caratterizzato da variazioni di valori poco sensibili e quindi di più difficile interpretazione.
Il contrasto di stampa è espresso in percentuale e la formula per la sua determinazione è:


Come è possibile notare sia negli esempi riportati poco sopra che nel grafico seguente l’andamento del contrasto al variare della densità di stampa è descritto da una gaussiana che nel punto più alto determina, oltre al valore di maggior contrasto raggiungibile, anche la densità capace di determinare questo apice. Sia in condizioni di sottoinchiostrazione che di sovrainchiostrazione (a sinistra e a destra del picco della gaussiana) avremo sempre valori più bassi e conseguentemente una qualità di stampa minore.



Contrasto di stampa e suo andamento in relazione alle cariche densitometriche



Dal grafico del contrasto è possibile, inoltre, calcolare la tolleranza di densità accettabile. Scendendo del 2% dal valore massimo raggiungibile dal contrasto si interseca la curva in due punti; le proiezioni dei quali nell’asse delle ascisse determinano il valore minimo e massimo densitometrico accettabile.

Determinazione della tolleranza della densità
mediante l’analisi del contrasto di stampa


Riferimento dell’accettabilità dei valori di contrasto


Riferimento dei valori di contrasto in relazione al supporto di stampa

Il contrasto permette il confronto tra inchiostri e carte in riferimento ai contrasti massimi ottenibili, ai livelli densitometrici ottimali, alle loro tolleranze ed indirettamente all’andamento dell’impastamento.



Valutazione dei contrasti massimi raggiungibili con inchiostri diversi



Valutazione dei contrasti massimi
raggiungibili su supporti diversi

 

Dot Gain

Dopo aver individuato la corretta carica densitometrica, è necessario valutare quali ingrossamenti del punto di retino questa quantità d’inchiostro determina sulla stampa finale. È molto importante, infatti, conoscere l’andamento della stampa in tutte le zone del soggetto, dalle alte luci (percentuali minime), ai mezzitoni, a quelle delle ombre più scure (percentuali massime). A fornire questa informazione è il dot gain ossia l’aumento superficiale del punto dovuto principalmente alle caratteristiche di assorbenza del supporto di stampa.
È una condizione riproduttiva ineliminabile ma misurabile e controllabile. Proprio dalla sua valutazione è possibile infatti porre in essere una serie di correttivi nella selezione volti a limitare il problema in maniera da avvicinarsi il più possibile ad una “riproduzione lineare”.


Principio dell’ingrossamento del punto in stampa

Diventa indispensabile ai fini di una preventiva correzione delle prematrici o matrici di stampa mantenere costante questo parametro. Questa ripetibilità risulta molto più importante rispetto alla capacità empirica di limitare al minimo di volta in volta l’ingrossamento intervenendo su uno o sull’altro fattore. In questo caso verrebbero a modificarsi sistematicamente le condizioni di stampa rendendo imprevedibile il risultato finale.
Molte sono le condizioni che influenzano questa variabile: dai rivestimenti dei cilindri alla pressione di stampa, dallo spessore d’inchiostro alle caratteristiche della carta, dal tipo di caucciù alla macchina da stampa. Da non dimenticare che anche fattori apparentemente poco significativi come la viscosità dell’inchiostro o il tipo di soluzione di bagnatura possono, in realtà, rivelarsi determinanti per la qualità della stampa finale.

Analisi dell’andamento della curva del dot gain nelle diverse percentuali di punto

Valutazione dell’andamento della curva del dot gain
e determinazione della curva di correzione



Analisi dell’andamento della curva del dot gain su macchine da stampa diverse



Trapping

L’ultimo importante parametro da controllare è quello relativo al trapping. Indica il grado di accettazione di un secondo colore depositato sopra uno strato precedentemente stampato. È anche definito come il rifiuto di un inchiostro.
Non è la stessa cosa stampare un inchiostro su carta bianca o su un colore già stampato ed essiccato oppure se si stampano umido su umido due o quattro colori. La determinazione del trapping viene fatta sui colori secondari (blu, verde, rosso). In condizioni di scarsa accettazione, queste tonalità risultano gravemente condizionate da virate di colore verso il primo pigmento stampato. Un trapping critico ha come conseguenza, quindi, una deformazione dello spazio cromatico relativamente alle tinte e alle saturazioni dei colori secondari. Condizione di fondamentale importanza nella valutazione del trapping è la sequenza di stampa. Con gradi di accettazione ridotti sarà completamente diverso il risultato che si otterrà stampando un blu con sequenza ciano-magenta o viceversa. Nel primo caso la tinta composta sarà tendenzialmente bluastra, nel secondo rossiccia. Da sottolineare che condizioni critiche di questo parametro non sono visibili solo in termini cromatici ma anche la qualità di stampa, intesa come uniformità di stesura, risulta fortemente compromessa.
L’accettazione dell’inchiostro si controlla e si valuta visivamente sulla base dell’uniformità della coprenza nella stampa sovrapposta di due o tre colori negli elementi pieni dell’immagine e nei fondini sovrapposti della striscia di controllo.




Analisi dell’andamento della curva del dot gain su supporti diversi

Lo spazio colore risportato a fianco rappresenta la gamma cromatica
di una situazione riproduttiva con percentuali di trapping prossime al 100%



In questo secondo spazio viene dimostrato come percentuali di trapping troppo scarse limitano la gamma cromatica riproducibile intervenendo sui colori secondari

Per la misurazione oggettiva di questo parametro è necessario un densitometro che legge la densità del colore composto, del primo colore stampato e del secondo. I valori ricavati dalla lettura vengono applicati alla seguente formula:


Tutte le letture sono eseguite con il filtro del secondo colore.

Riferimento dell’accettabilità dei valori di trapping


Per escludere il più possibile eventuali influenze da parte della sequenza dei colori sul risultato della stampa, prove di stampa e tiratura dovrebbero avvenire in sequenza standardizzata, secondo lo standard BVD/FOGRA. Se la sequenza dei colori è costante gli inchiostri possono essere formulati dal fabbricante direttamente con una consistenza adeguata all’accettazione dell’inchiostro. Nella stampa su macchine monocolori (umido su asciutto) il nero può essere stampato per primo o per ultimo.

Sequenza di stampa standardizzata per:
- monocolore (umido/secco) su macchina monocolore C + M + G + N
- bicolore (umido/umido) su macchina bicolore C - M + N - G

- quadricromia (umido/umido) su macchina quattrocolori N - C - M - G

 

Si consiglia però, per una più facile messa a punto dell’inchiostrazione, di stampare il nero per ultimo.
Secondo il tipo di inchiostro e il soggetto stampato si possono anche scegliere soluzioni diverse che privilegino le tonalità predominanti.
Anche il tipo di inchiostro può determinare gradi di accettazione differenti. Inchiostri ad alta o a bassa pigmentazione incidono sulla saturazione del supporto e conseguentemente sulla capacità della stessa di accettare quantità successive di pigmento.
Il tipo di supporto può interagire in maniera positiva con l’inchiostro e quindi favorire la sua accettazione o viceversa rendere indispensabile la modifica della sequenza dei colori al fine di non compromettere la resa cromatica della stampa.
La stampa umido su umido o umido su secco; la deposizione di un film di inchiostro fresco su un altro appena stampato oppure su uno già vetrificato rappresentano condizioni non secondarie. Se da un lato la prima situazione può avere il problema di non riuscire ad ottenere un risultato particolarmente positivo a causa dell’emulsionamento acqua-inchiostro, la seconda presenta invece la possibilità di un grado di accettabilità ridotta per l’incapacità di creare legami forti tra strati freschi e asciutti.

Tutte queste considerazioni hanno come obiettivo principale quello di evidenziare l’importanza che tutte le variabili hanno sulla resa qualitativa della stampa finale. Per riuscire a valutare e a monitorare oggettivamente il prodotto che si va a realizzare sono indispensabili: gli strumenti adeguati, i riferimenti idonei e le metodologie corrette.
Senza questa capacità di standardizzazione, tutti i tentativi di gestire il colore in maniera professionale, prevedibile, affidabile e coerente sono destinati a risultare inutili.

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