Capitolo VI

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Nei precedenti capitoli sono state illustrate, in modo, più o meno esaustivo, tutte le teorie scientifiche necessarie per comprendere ed interpretare le tecniche per la gestione del colore.
Volendo proprio essere al passo con i tempi introduciamo quindi il termine CMS, acronimo di “gran moda” (usando un termine gergale) negli “atelier” grafici di tutto il mondo.

 

Ma che cosa è un CMS?
Un sistema di gestione colore è una raccolta di strumenti software ed hardware creati per facilitare la riproduzione o la soluzione dei problemi legati alla corrispondenza dei colori nelle sue varie espressioni. Il CMS permette di trasportare i colori, di renderli affidabili e prevedibili.

La maggiore difficoltà nella produzione del colore consiste nel riprodurre colori visibili all’occhio umano con strumenti e periferiche aventi funzioni di riproduzione dello stesso limitate e incostanti. Anche una pellicola fotografica delle migliori qualità, può riprodurre solo una “piccola” parte dei colori visibili, e più ancora percepiti dall’occhio umano. Il monitor di un computer, a sua volta, può visualizzare solo una piccola parte di tali colori, mentre una macchina da stampa è in grado di riprodurre un numero ancora più limitato di colori.

Un sistema di gestione del colore è una raccolta di strumenti software progettati per armonizzare le diverse capacità di gestione del colore di scanner, monitor, stampanti, fotounità, computer to plate, macchine fotografiche digitali e macchine per la stampa durante l’intero processo di produzione.

In teoria, ciò significa che i colori visualizzati sul monitor rappresentano esattamente i colori che appariranno nella stampa finale. Inoltre significa che applicazioni, monitor e sistemi operativi diversi visualizzano i colori in modo coerente. (Tratto da CustomerFirst support di Adobe){mospagebreak}

Cosa fa cambiare i colori

I modelli di colore ci consentono di descrivere i colori che vediamo e usiamo. Ogni modello, ad esempio RGB, CMYK o Lab, rappresenta un metodo diverso di descrivere e classificare il colore.

I modelli di colore usano valori numerici per rappresentare lo spettro visibile del colore. Lo spazio colorimetrico è una variante del modello di colore e ha un’intervallo (gamma) specifico di colori. Ad esempio, all’interno del modello RGB ci sono diversi spazi colorimetrici e nonostante questi spazi definiscano il colore usando le stesse tre variabili, le gamme corrispondenti sono diverse.

Ogni periferica ha un proprio spazio colorimetrico e riproduce il colore in modo diverso. Nessuna periferica può riprodurre l’intera gamma di colori visibile all’occhio umano e ogni periferica ha uno spazio colorimetrico proprio.

Quando si lavora all’elaborazione delle immagini nei programmi dedicati, si regolano i valori numerici che caratterizzano la stessa. È facile considerare un colore come un numero, come è già stato ampiamente presentato nei precedenti capitoli. Tuttavia, questi valori numerici non rappresentano colori assoluti, ma hanno un significato solo all’interno dello spazio colorimetrico della periferica di riproduzione.

Poiché ogni periferica ha un proprio spazio colorimetrico, può riprodurre solo i colori della gamma di tale spazio. Quando un’immagine viene trattata da una periferica per poi passarla ad un’altra, i colori possono variare perché le periferiche interpretano i valori RGB o CMYK in base al proprio spazio colorimetrico.

È impossibile ottenere la corrispondenza perfetta tra i colori visualizzati su un monitor e quelli riprodotti su una stampante, o su una macchina da stampa. Le stampanti usano lo spazio colorimetrico CMYK, mentre i monitor lo spazio RGB. Le gamme sono pertanto diverse.

Alcuni colori stampati non possono essere visualizzati su un monitor e alcuni colori visualizzati su un monitor non possono essere stampati su carta.

Gli stessi valori RGB, vengono interpretati diversamente dallo spazio colorimetrico di ogni periferica, una stessa immagine può venir interpretata in modo diverso da due monitor, per esempio.


Colori dipendenti

RGB e CMYK sono modelli di colore dipendenti dalla periferica, perché i colori prodotti con questi modelli dipendono direttamente dalle caratteristiche dalla periferica usata. Ad esempio, il valore RGB 255,0,0 è una formula per il rosso. Tuttavia, il rosso visualizzato usando tale formula su un monitor sarà diverso da quello visualizzato su un altro monitor. Ogni monitor, così come ogni fotocamera digitale e scanner, interpretano la formula per il rosso in base al proprio spazio colorimetrico.

Colori indipendenti

I modelli di colore indipendenti dalle periferiche descrivono colori assoluti invece di formule, e i colori risultanti dipendono dall’interpretazione dei valori numerici corrispondenti da parte della periferica. Lab è un modello di colore indipendente dalla periferica, viene quindi usato come spazio di riferimento dai sistemi di gestione del colore. Questo modello consente ai sistemi di gestione del colore di convertire i colori dallo spazio colorimetrico di una periferica a un altro con la massima precisione possibile.

 

 

 

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Il lavoro di un CMS

La gestione del colore consente di ottenere colori uniformi spostando l’analisi del metodo di riproduzione del colore delle singole periferiche in un sistema indipendente da esse.
Affinché si possa verificare quanto sopra descritto devono essere stabilite alcune condizioni:
il “CMS” deve essere in grado di interpretare e conoscere lo spazio colorimetrico dell’immagine per decifrare il significato dei valori cromatici. Quando viene assegnato un profilo (del significato di quest’ultimo si tratterà in seguito) ad un’immagine, questo conterrà la descrizione dello spazio colorimetrico caratterizzante della stessa immagine.

Il sistema di gestione del colore deve usare uno spazio colorimetrico di riferimento per identificare i colori assoluti rappresentati dai valori cromatici dell’immagine. Attualmente, i sistemi di gestione del colore usano CIE L*a*b* (Lab) o CIE XYZ come spazio colorimetrico di riferimento. Entrambi descrivono tutti i colori visibili all’occhio umano e i valori cromatici corrispondenti non sono limitati o legati ai colori riprodotti da una periferica.
Ciò viene identificato con il termine spazio colorimetrico indipendente.

Il “CMS” deve conoscere lo spazio colorimetrico della periferica di destinazione per inviarle i valori cromatici RGB o CMYK convertiti. Il sistema di gestione del colore usa profili per interpretare il significato che i valori RGB e CMYK hanno per ogni periferica. I profili sono forniti dal produttore della periferica o possono essere creati con software e hardware di altri produttori.

 

 

 

Riassumendo
Un sistema di gestione del colore armonizza le differenze tra gli spazi colorimetrici di diverse periferiche e converte i valori RGB o CMYK di un documento in modo che i colori vengano riprodotti nel modo più uniforme possibile su diverse periferiche.
Gestione del colore con i profili:

  • A I profili descrivono gli spazi colorimetrici della periferica di input e del documento.
  • B. Usando le descrizioni dei profili, il sistema di gestione del colore identifica i colori effettivi del documento.
  • C. Il profilo del monitor indica al sistema in che modo deve convertire i valori numerici nello spazio colorimetrico del monitor.
  • D. Usando il profilo della periferica di output, il sistema converte i valori numerici del documento nello spazio colorimetrico della periferica di output affinché vengano stampati i colori effettivi.

Affinché il sistema di gestione del colore possa eseguire la conversione, sono necessari i tre elementi: i profili, uno spazio colorimetrico di riferimento e un CMM.{mospagebreak}

Profili

I profili descrivono gli spazi colorimetrici delle periferiche e del documento. Sono necessari profili separati per ogni periferica ed un profilo incorporato nel documento. Il profilo di una periferica non modifica i valori dei colori del documento, indica solo al sistema di gestione del colore come la periferica interpreta tali valori. Il profilo incorporato nel documento definisce lo spazio di lavoro del documento, se lo stesso viene conservato all’apertura del file con un qualsiasi applicativo. Adobe Photoshop, ad esempio, consente anche di convertire o eliminare il profilo incorporato che usa lo spazio di lavoro specificato nelle impostazioni del colore. Mentre si usa un documento in Photoshop, lo spazio di lavoro indica al sistema di gestione del colore il significato dei valori RGB o CMYK al fine di poter gestire il documento con le sue reali caratteristiche d’origine.
Un profilo, dunque, consente al sistema di gestione del colore di identificare i colori all’interno di uno spazio colorimetrico ben definito. Tali colori assoluti possono quindi essere mappati sugli stessi colori o su colori simili in un altro spazio colorimetrico. Il sistema di gestione di colore utilizzato come riferimento è il Lab.

Per capire meglio i profili
L’International Color Consortium, abbreviato ICC, è un organismo fondato nel 1993 da Adobe, Agfa, Apple, Kodak, Microsoft, Silicon Graphics e Sun, alle quali successivamente si sono unite circa altre 60 società produttrici di software e di hardware.

ICC ha lo scopo di sviluppare e mantenere uno standard aperto, a livello di sistema operativo e multipiattaforma per la gestione digitale del colore e a questo scopo pubblica proprie specifiche di modalità di costruzione e uso dei profili di colore. I profili di colore conformi a tali specifiche sono chiamati profili ICC.
La versione più recente di tali specifiche è del dicembre 2001, ed i profili conformi a questa specifica hanno il numero di versione 4.0.
Le precedenti specifiche definiscono i profili versione 2 (2.0, 2.1, 2.2, 2.3 e 2.4) e sono state pubblicate a partire dal 1993. Le versioni 1 e 3 non sono mai esistite.
Le vecchie applicazioni che supportano i profili versione 2 potrebbero ignorare i profili versione 4 o andare in crash cercando di accedere a informazioni non più esistenti nella nuova versione. D’altra parte le applicazioni più recenti oltre a supportare i profili versione 4 supportano anche i profili versione 2.

I profili di un dispositivo forniscono ai sistemi di gestione del colore (CMS) le informazioni necessarie per convertire i dati di un colore dal suo spazio originale, cioè quello del dispositivo che lo ha generato allo spazio indipendente stabilito, CIE Lab.

La specifica ICC divide i dispositivi in tre grandi classificazioni:
• dispositivi di input
• dispositivi per la visualizzazione
• dispositivi di uscita

Per ogni categoria di dispositivo, una serie di modelli algoritmici descrive le modalità necessarie per la conversione.
Questi modelli forniscono una gamma di risultati di qualità.

I profili descrivono, quindi, il dispositivo in uno spazio colore indipendente ben definito ed interpretabile dal sistema operativo che gestisce l’elaboratore utilizzato, nonchè da tutti gli applicativi in esso istallati.

Le informazioni riportate dal profilo sono tali da poter essere gestite in seguito dal CMM, ovvero quella soluzione software presente nei sistemi operativi e impiegata per la definitiva conversione dei colori da uno spazio colorimetrico di partenza (ad esempio lo scanner) ad uno di arrivo (ad esempio il monitor o la stampante).

Un profilo, oltre a descrivere la dimensione colorimetrica del dispositivo, ha una struttura informatica che consente l’inclusione nel file dell’immagine o dell’elaborato grafico, al fine di rendere la descrizione stessa trasportabile. L’immagine potrà, quindi, essere trasportata da un computer ad un altro, così come in differenti sistemi operativi od applicativi, mantenendo la propria descrizione colorimetrica, anche se questa non fosse presente nell’hardware di destinazione.

Il profilo incluso rende assoluta l’interpretazione della descrizione colorimetrica dell’immagine.{mospagebreak}

Modulo di gestione del colore (CMM, Color Management Module)

Esegue la conversione dei valori dei colori di uno spazio colorimetrico nei valori simili o uguali di un altro spazio colorimetrico.
Il sistema di gestione del colore legge il profilo dell’immagine, se incorporato. Poiché il profilo descrive lo spazio colorimetrico del documento, il sistema può interpretare i valori dei colori del documento. Se l’immagine proviene da una fotocamera o da uno scanner, è possibile che la periferica incorpori il profilo nell’immagine. Tale profilo indicherà al sistema come la periferica ha creato i colori dell’immagine. Le immagini provenienti da altre sorgenti possono avere profili incorporati che descrivono i colori .
Dopo aver letto il profilo, il sistema di gestione del colore identifica tutti i colori del documento mediante uno spazio colorimetrico di riferimento. Con il profilo del monitor il sistema converte i colori effettivi del documento nello spazio colorimetrico del monitor per visualizzarli in modo corretto.
Dovendo poi stampare il documento, il sistema di gestione del colore fa riferimento al profilo della periferica di output per convertire i valori dei colori del documento nello spazio colorimetrico della periferica di output. Ci saranno senza dubbio colori che non rientrano nella gamma della periferica di output. Attraverso gli intenti di rendering è possibile gestire la conversione dei colori fuori gamma da parte del sistema di gestione del colore.{mospagebreak}

Gli intenti di rendering

La normativa ICC afferma che nel caso la gamma dei colori generati da un qualsiasi dispositivo non sia riproducibile interamente in un altro preso come destinazione è necessario l’utilizzo dei cosidetti intenti di rendering...
Un intento di rendering è un metodo “ragionevole” per mappare la gamma di origine in una gamma di destinazione.
Se un colore, normalmente molto saturo, non fosse riproducibile dalla gamma di uno spazio di destinazione, è necessario sostituirlo; in altre parole un blu, identificabile nella scala RGB con il valore 255, non sempre è riproducibile in CMYK con le stesse caratteristiche di tonalità, luminosità o saturazione.
La specifica indetta dall’ICC definisce 4 intenti di rendering, in quanto non ne esiste in assoluto uno che possa andar bene per tutte le immagini o meglio in tutte le condizioni in cui la stessa potrebbe essere riprodotta. Essi sono:

• percettivo
• saturazione
• colorimetrico relativo
• colorimetrico assoluto

Nello standard ICC, il gamut (termine che indica la gamma di colori riproducibili dal dispositivo di output) mapping è particolarmente importante nella parte di destinazione, in quanto mappa l’intero spazio assoluto dei colori (XYZ o Lab), nel quale è stata trasportata la sorgente, nel ristretto gamut di una periferica. Un’altra importantissima considerazione è necessario farla per quanto riguarda la compensazione e la simulazione del bianco e del nero. In una conversione di colore sono coinvolti, infatti, due profili: quello di origine e quello di destinazione. Le coordinate assolute di colore dei bianchi dei due profili (cioè dei due colori più chiari, esempio assoluto il bianco carta) possono essere le stesse, oppure possono essere diverse.
Nel primo caso la conversione non modifica il bianco. Nel secondo caso, cioè quando il colore più chiaro del gamut di origine (bianco di origine) ha coordinate assolute diverse da quelle del colore più chiaro del gamut di destinazione (bianco di destinazione) è possibile convertire il bianco di origine in due modi: assoluto o relativo. La conversione è assoluta quando il bianco di origine viene convertito nel colore di destinazione che ha le stesse coordinate assolute o, se questo colore non esiste nello spazio di destinazione, nel colore più simile. In questo caso si dice che il bianco viene simulato.
La conversione è relativa quando il bianco di origine viene convertito nel bianco di destinazione modificandone (eventualmente) la luminosità. Questo effetto è chiamato compensazione del punto bianco. L’immagine risultante potrà essere più chiara o più scura di quella originale, ma le aree bianche coincideranno.
Le stesse considerazioni possono essere fatte per il nero. In una conversione assoluta, il nero di origine viene portato nel colore di destinazione che ha le stesse coordinate assolute e quindi viene simulato. In una conversione relativa (cioè con compensazione del punto nero) il nero di origine verrà portato nel nero di destinazione.

Rendering percettivo

L’intento di rendering percettivo ha lo scopo di mantenere i rapporti cromatici relativi tra i colori, ed è quindi adatto per le immagini fotografiche e in particolare quando il gamut di destinazione è meno ampio di quello di origine, per esempio nella conversione da uno spazio RGB ampio ad uno spazio CMYK ristretto.
Il modo in cui raggiungere questo obiettivo non è indicato nelle specifiche ICC, i dettagli sono lasciati all’iniziativa di chi realizza il software per la creazione di profili: ognuno di questi programmi ha proprie modalità di realizzazione del rendering percettivo. Anzi, è proprio nell’implementazione del rendering percettivo che i vari programmi di creazione dei profili si distinguono. Due profili per la stessa periferica, realizzati con software diversi, possono dare risultati molto diversi nel rendering percettivo.
Il rendering percettivo comprime (in teoria) tutto lo spazio assoluto (non solo la parte che non rientra nel gamut di destinazione) per farlo rientrare nel gamut di destinazione e prevede la compensazione del bianco e del nero, cioè porta il nero Lab (0, 0, 0) sul nero della periferica e il bianco Lab (100, 0, 0) sul bianco della periferica. I colori esterni sono fatti completamente rientrare nel gamut di destinazioni; quelli interni vengono anche modificati, ma meno di quelli esterni.

Rendering colorimetrico

Esistono tre varianti di rendering colorimetrico:
• con conversione assoluta del bianco e del nero
• con il bianco relativo e il nero assoluto
• con il bianco e il nero relativi


Colorimetrico assoluto

Il rendering colorimetrico assoluto è usato soprattutto quando la gamma dei colori riproducibili nello spazio di destinazione contiene tutti o quasi i colori di origine e, se possibile, non modifica la luminosità.


Colorimetrico relativo

Con l’intento colorimetrico relativo il bianco originale viene sempre trasformato nel bianco di destinazione (compensazione del punto bianco), modificandone quindi la luminosità; i colori che rientrano nella gamma riproducibile dalla unità di destinazione non vengono modificati fatta eccezione per il valore della luminosità; i colori escusi, invece, vengono convertiti nel colore più vicino all’interno del gamut stesso. L’immagine risultante potrà essere più chiara o più scura di quella originale, ma le aree bianche coincideranno.
L’intento colorimetrico relativo (che effettua per definizione la compensazione del punto bianco) può essere previsto anche con compensazione del punto nero. In tal caso il punto più scuro dello spazio di origine (per esempio 100C 100M 100Y 100K) viene portato nel punto più scuro dello spazio di destinazione (per esempio 0R 0G 0B).

Rendering di saturazione
L’ultimo degli intenti è decisamente il più particolare; a differenza di quanto fin qui detto, infatti, con questa tecnica non si cerca la precisa corrispondenza tra i colori, quanto il mantenimento di saturazione e luminosità del soggetto. Esempio tipico è quello dei grafici statistici, in cui è più importante che il colore sia vivo, saturo, piuttosto che sia esattamente uguale all’originale.
L’intento di rendering di saturazione richiede appunto che, nella trasformazione da una gamma d’origine ad una di destinazione, venga mantenuta il più possibile la saturazione del colore, a spese eventualmente della luminosità e della tinta.
Con questo intento di rendering i colori originali vengono modificati in modo da ricoprire esattamente il gamut di destinazione. Ciò significa che alcune zone vengono compresse, mentre altre vengono espanse. Il bianco d’origine è sempre portato sul bianco di destinazione.{mospagebreak}

Cosa aspettarsi da un sistema di gestione del colore

A questo punto della trattazione è lecito dichiarare per punti quali sono le attese, gli obiettivi raggiungibili attraverso una corretta gestione del colore nel flusso di riproduzione, prima di passare al capitolo successivo ove verranno trattate le metodologie.

SCREEN TO PRINT MATCH
Possibilità di ottenere una affidabile riproduzione dell’originale a monitor, e la conseguente fedeltà alla copia cartacea

PROOF TO PRESS MATCH
Ottenere una prova colore digitale (od analogica) più verosimile alla stampa definitiva

ORIGINAL TO PRINT MATCH
Ottenere una stampa, nel sistema scelto, più simile possibile all’originale.

SCREEN TO SCREEN MATCH
Ottenere la stessa “proiezione” cromatica di un’elaborato su più monitor, anche differenti fra loro, al fine di sfruttare la tecnica del remote prewiewing, e cioè la visione da parte di un eventuale utente lontano dalla sede (o più semplicemente di un collega su un’altra periferica) del corretto provino dell’immagine in esame.

SCANNER TO SCANNER MATCH
Ottenere la stessa separazione cromatica di una selezione da scanner differenti per caratteristiche tecnico-qualitative.

PRINT TO PRINT MATCH
Ottenere la stessa riproduzione del prodotto finito su supporti differenti, con tecniche di stampa differenti e con flussi differenti, così come il cliente spesso richiede. Per esempio stampare una determinata immagine su un supporto cartaceo tradizionale, piuttosto che su un poster di grande formato, piuttosto che su un quotidiano come pubblicità.

GAMUT CHECKING
Verificare se un particolare colore potrà essere riprodotto da una particolare periferica; e in caso contrario capire quale “tinta” potrà essere utilizzata in sostituzione.

PROFILE EMBEDDING
Allegare un profilo (il profilo) descrivente le caratteristiche dell’elaborato, al fine di uniformare ed assicurare i successivi passaggi in un flusso dello stesso.

Attraverso l’utilizzo di software per la gestione del colore, contenenti target di riferimento per la strutturazione dei profili e strumenti per la definizione degli stessi, è possibile perseguire gli obiettivi sopra descritti.{mospagebreak}

Come si ottiene un profilo colore

Prima di passare al capitolo successivo dove verranno esplicitati i flussi e le operazioni corrette per la gestione controllata di un documento è necessario trattare con quali strumenti si ottengono i vari profili delle unità di output o di input...
Indispensabile per raggiungere questo obiettivo il possesso, o l’utilizzo di alcuni elementi.

1. Strumenti di misurazione.
Spettrofotometro (e/o colorimetro) e densitometro (delle quali specifiche tecniche e funzionamento si è già parlato in precedenza) serviranno per le misurazioni (letture) dei target di riferimento specifici delle singole periferiche impiegate nel flusso.

2. Target di riferimento.
Suddivisibili in IT8 per gli scanner, IT8 per la stampa; target per la macchina fotografica digitale. Nello specifico, un target è un modello di riferimento fisico: per lo scanner un originale trasparente od opaco; per la stampa un foglio stampanto contenente elementi di riferimento precisi, per la fotografia digitale un originale di riferimento; per ognuno dei sopra citati esiste un file contenente i corretti valori colorimetrici in “formato” Lab.
Le letture effettuate con il densitometro della stampa del target, o l’aquisizione dello stesso da parte dello scanner, verranno poi confrontate dall’applicativo utilizzato per la creazione dei profili, con le tabelle standard di riferimento, ottenendo così la reale, ma soprattutto la conosciuta espressione cromatica della periferica, nello spazio indipendente Lab.

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Il profile editor.
Il profile editor è l’applicazione necessaria per la creazione dei profili; confronta la tabella derivata dalla lettura spettrofotometrica del target di riferimento con il file contenente gli oggettivi valori del target stesso, elaborando e generando un file, chiamato appunto profilo.
In commercio esistono diversi profile editor, con caratteristiche e funzionalità aggiunte differenti; alcune di esse devono però essere assolutamente presenti per una corretta caratterizzazione del profilo. Eccone alcune:
• determinazione della corretta e personale curva del nero
• possibilità di confronto e verifica degli stessi profili
• eventuale modifica dei profili generati

4. Know how.
Conoscenza ed esperienza da parte dell’operatore, non solo nella meccanica necessaria per la creazione di un profilo, ma dell’intero flusso e delle sue variabili. Un profilo una volta generato deve essere controllato, valutato, gestito, aggiornato in relazione al flusso di lavoro che lo utilizzerà.


Non dimenticare però...

Si è parlato fino ad ora di un sistema completamente automatico per la gestione del colore di un immagine o più genericamente di un lay-out grafico a colori. È bene non dimenticare, però, che possono esserci delle condizioni, o delle esigenze, per le quali il sistema descritto fino a questo momento potrebbe rivelarsi inadatto o per lo meno non completo. Potremmo in sintesi aver ancora la necessità di trattare i colori come colori aperti e non chiusi ed oggettivamente definiti in uno spazio come il CMS impone di fare.
È consigliabile unitamente agli oggettivi target, prima descritti, produrre un EVALUATION TARGET, ovvero un “foglio” (che verrà stampato con le corrette caratteristiche su ogni attrezzatura interessata) all’interno del quale siano presenti elementi tali per poter giudicare la “bontà” del profilo (valutazione ottenuta per confronto con la stampa del medesimo soggetto prima dell’introduzione dei profili), ma anche alcune indispensabili ed importantissime caratteristiche che le immagini devono avere, ed individuabili assolutamente dall’esperienza dell’operatore e non dall’occhio scientifico di uno strumento.
Oltre ai target saranno proposte, quindi, immagini significative (carnagioni, piuttosto che rappresentazioni di tinte molto sature), scale per la valutazione delle gradazioni dei grigi e del loro bilanciamento, elementi per la valutazione della corretta riproduzione delle alte luci e delle ombre ed altri elementi che possano risultare significativi. Riassumendo:

1. Valutazione delle ALTE LUCI, utilizzando delle “tacche evidenzianti le percentuali di punto relative. Questa è una valutazione VISIVA. Evidenzia il minimo punto stampabile.

2. Valutazione delle OMBRE, utilizzando delle “tacche evidenzianti le percentuali di punto relative. Questa è una valutazione VISIVA. Evidenzia il massimo punto stampabile.

3. Valutazione dei MEZZI TONI, utilizzando delle scale di percentuale di retino (con incrementi di 10 punti percentuale). Questa è una valutazione DENSITOMETRICA. Evidenzia l’ingrossamento del punto al 50%

4. Valutazione del BILANCIAMENTO DEI GRIGI, utilizzando delle patch composte solo dal nero e altre generate invece da un nero quadricromico. Questa è una valutazione sia VISIVA, che DENSITOMETRICA, che COLORIMETRICA. Evidenzia appunto il bilanciamento dei grigi.

5. Valutazione della CORREZIONE COLORE, utilizzando una immagine ove siano presenti colori quali rosso, verde e blu, e un target IT8. 7/3. Questa è una valutazione sia VISIVA (confronto con l’originale), che COLORIMETRICA (lettura del target).

6. Valutazione dell’UCR, del GCR, e del TOTAL INK, utilizzando delle apposite tacche costituite da neri di formazione differente. Questa è una valutazione DENSITOMETRICA. Evidenzia la copertura dell’inchiostro.

 

 

 

 

Come già accennato la FORMA TEST, può essere arbitrariamente “costruita” dall’operatore addetto, così come possono essere utilizzate quelle standard prodotte dagli enti preposti.
Le immagini riportate nella pagina accanto presentano due FORM TEST realizzate dalla Scuola Grafica dell’Istituto Salesiano San Marco, in collaborazione con HDEMO, per Il progetto “Color Management Print Media Academy”.{mospagebreak}

UCR, GCR, UCA

Queste sigle sicuramente note ai più risalgono alla storia della ormai dimenticata tecnica del fotolitista, il quale gestendo abilmente i potenziometri dello scanner a tamburo regolava il flusso luminoso caratterizzante la selezione del nero.
Nonostante l’avvento del DTP abbia portato all’utilizzo di scanner piani altamente sofisticati, o comunque di scanner a tamburo gestiti da software molto potenti l’esigenza di conoscere e di impostare correttamente questi valori è assoluta. Nell’immagine è rappresenta una schermata della palette per la gestione del colore di Adobe Photoshop, dove è chiaramente evidenziata la presenza di tali variabili.

 


È fondamentale, quindi, conoscerne il significato ed i corretti valori da inserire.
Per ottenere la selezione del colore di un’immagine, infatti, i tre colori additivi (rosso, verde e blu) vengono trasformati nelle loro componenti sottrattive (cyan, magenta e giallo). In teoria, parti uguali di cyan, magenta e giallo si combinano per sottrarre tutta la luce riflessa dalla carta e creare il nero. A causa delle impurità presenti in tutti gli inchiostri, però, miscelando questi colori si ottiene un marrone. Per compensare questa carenza nel processo di selezione del colore, vengono eliminate alcune parti di cyan, magenta e giallo in zone in cui i tre colori si sovrappongono, e viene aggiunto poi, il così detto nero di selezione.
Di conseguenza, un colore può essere convertito dal metodo RGB al metodo CMYK in un numero infinito di modi.
Storicamente il “fotolitista”, aiutato dal software che gestisce lo scanner, utilizza due metodi per la generazione del nero in stampa. Questi vengono definiti come:
• UCR, letteralmente, asportazione del colore di base
• GCR, letteralmente sostituzione della componente del grigio.


Con la tecnica UCR, l’inchiostro nero viene usato per sostituire gli inchiostri cyan, magenta e giallo solo nelle aree neutre (cioè, le aree con uguali quantità di cyan, magenta e giallo). Ne risulta un minore consumo di inchiostro e una maggiore profondità delle ombre.

Con la tecnica GCR, l’inchiostro nero viene usato per sostituire parti di inchiostro cyan, magenta e giallo nelle aree colorate e in quelle neutre. Le selezioni GCR tendono a riprodurre colori scuri e saturi migliori di quelli prodotti dalle selezioni UCR e mantengono un migliore bilanciamento del grigio in stampa.

Il valore UCA (aggiunta del colore di base) viene utilizzato per compensare la mancanza di densità di inchiostro in zone d’ombra neutre. Questo inchiostro addizionale produce ombre molto scure in aree che avrebbero potuto apparire piatte se fossero state stampate soltanto con inchiostro nero.
L’aumento del valore UCA produce un aumento del CMY aggiunto alle aree d’ombra.

 

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