Di Laura Campaci
Lo chiamano “mal d’Africa”: non si sa bene cosa sia ma è chiaro che Alessia e Maddalena ce l’hanno negli occhi e nel cuore. Tanto da rivedere i propri progetti per il futuro, la vita già pianificata dopo il diploma di maturità, e pensare seriamente a trascorrere un tempo più lungo in Madagascar, dove questa estate hanno vissuto una esperienza di volontariato di 20 giorni.
Facciamo un passo indietro: ho incontrato le due studentesse della 4A ITT pochi giorni prima della loro partenza. Erano piene di entusiasmo, ma anche di incertezze: sapevano di dover affrontare un lungo viaggio per arrivare a nord-ovest del Madagascar, Mahajanga, vicino alla costa. Ventisette ore tra aereo e pullmino per raggiungere un oratorio salesiano con più di 1000 ragazzi che vanno dai cinque ai 25 anni. Lì avrebbero dato una mano, insieme agli 11 ragazzi e alla guida più adulta che partivano con loro, mentre si svolgeva il GREST.
«So che andremo a visitare un Paese povero – diceva Alessia – Lì vivono in modo molto diverso, hanno davvero bisogno, molto più di noi, e quindi mi sono detta che è una cosa che fa bene sia a me che alle persone che aiuterò». Anche Maddalena voleva partire per fare del bene: «Voglio vivere una vita più modesta e voglio cercare di avere una visione più grande del mondo che mi circonda».
Erano preoccupate di ciò che avrebbero trovato, della povertà, del cibo, della mancanza di acqua e di elettricità, delle malattie. Sapevano di avere molti pregiudizi e non vedevano l’ora di scardinarli, alla ricerca di una parte di sé più autentica e flessibile.
Una valigia piena di cose da regalare
Con loro avevano due valige da 23 kg, una di queste era piena di cose da regalare: cancelleria, vestiti e oggetti utili. Quella valigia vuota si è riempita, poi, dei loro ricordi indelebili, che mi hanno raccontato al loro ritorno, a partire dal fatto che (quasi) nulla è andato come si immaginavano o temevano. Il viaggio, in primis, è andato benissimo: seppur stancante, non ci sono stati imprevisti né particolari difficoltà.
Il tratto in pulmino è stato invece un’occasione per scrutare il paesaggio circostante, osservare le differenze di habitat e le abitazioni di varia fattura, alcune di mattoni, altre di paglia e legno. «Mi ricordo l’immagine di un bambino piccolissimo – racconta Alessia – seduto da solo, che guardava la sua famiglia lavorare». Continua Maddalena: «Abbiamo visto bambini di circa 6 anni che spaccavano pietre per farne mattoni». Quelle prime ore di viaggio hanno già catapultato le due ragazze nella nuova realtà.
Poi l’arrivo a Mahajanga, dove il gruppo è stato accolto dal salesiano don Angelo: «Le camere erano fantastiche, avevamo già le zanzariere montate sopra i letti e la doccia nel bagno… C’era pure l’acqua calda, peccato abbiamo capito solo gli ultimi giorni come azionare la caldaia!», continuano le due amiche.
Le giornate del Grest
Dal giorno successivo all’arrivo è iniziata l’esperienza di affiancamento agli animatori locali per supportare il grande Grest che coinvolge così tanti bambini di ogni età: la giornata iniziava alle 8 con i balli e la preghiera, poi un momento di formazione divisi a squadre, e poi i laboratori di tutti i tipi (dal corso di Italiano al bricolage, dal corso di musica a quello di cucito, dal corso di cucina a quello per fare braccialetti). Prima e dopo la pausa pranzo altri balli e, infine, i giochi sportivi.
«All’inizio eravamo intimorite, avevamo paura di dar fastidio e non ci capivamo con gli animatori, che si sono dimostrati diffidenti», racconta Alessia. Ma dopo un’occasione in cui hanno condiviso dei bei momenti tutti insieme sulla spiaggia gli animatori si sono aperti al gruppo italiano e, anzi, hanno cominciato a sforzarsi in tutti i modi per comunicare con loro con quelle poche parole in inglese che riuscivano a dire.
La sorpresa più bella? La semplicità e la spontaneità dei bambini che partecipavano al Grest, con i loro grandi sorrisi: «Senza nemmeno sapere il tuo nome vengono ad abbracciarti, ti stanno appiccicati e non ti lasciano più», dice Maddalena.
«Mi ha colpita tanto il fatto che i bambini a cui viene chiesto quale sogno hanno rispondono che è andare a scuola… Se penso che a me viene male al pensiero di ricominciare a settembre!», continua Alessia.
Le visite sul territorio
Oltre al tempo speso tra i bambini nell’oratorio salesiano, il gruppo di volontari ha svolto delle visite significative: i giovani sono stati in una “Casa famiglia” gestita da una coppia di volontari italiani, una comunità gestita da una suora che accoglie ragazzi appena usciti dal carcere o a rischio, un orfanotrofio, dei presidi medici del territorio e infine un carcere di cui hanno conosciuto la sezione per i maschi minorenni: il posto che più le ha colpite, per le storie raccontate e per il senso di impotenza che hanno provato.
«Devo ancora metabolizzare molte delle cose che ho visto – giunge a conclusione Maddalena –. Qualunque cosa veda ora non riesco a non associarla al Madagascar, penso a come l’avrebbero guardata i bambini, a come reagirebbero. Voglio trovare un modo per continuare ad aiutare. Questa esperienza è stato solo un punto di partenza».
Alessia, dal canto suo, commenta così: «Una cosa che ho sentito appena tornata è il fastidio per le lamentele di ogni giorno, quelle futili e superficiali».
Erano partite per portare un po’ di felicità e spensieratezza, e sono state loro restituite, tra i sorrisi dei bambini e l’impegno quotidiano nel rendersi utili: «I giorni più felici della mia vita – conclude Alessia –. Perché? Perché non avevo il tempo di pensare a me».